Perché aiutiamo gli uomini

Intervista su “Intimità” di Paola Tiscornia

Perchè tendere la mano a chi la mano la usa per colpire?

«Basta leggere i giornali. Guardi i titoli, che parole trova: “Carnefice massacra la sua vittima”. “L’aguzzino ha infierito sulla moglie”. A livello mediatico, l’uomo che maltratta la compagna è sempre il matto, il mostro, il bruto, il delinquente. Ma si può commettere l’atto più mostruoso senza con questo essere un mostro. Anche chi all’interno di una relazione è violento ha dei lati positivi, quelli che lo ha fatto scegliere dalla sua compagna: o vogliamo pensare che tutte le donne maltrattate siano stupide?».

Chantal Podio, psichiatra, è referente del progetto Uomini non più violenti Milano, avviato nel 2012 e finalizzato alla promozione della sicurezza in famiglia. Un progetto per gli uomini pensato da donne. Dietro l’iniziativa c’è infatti il Forum Lou Salomé, un’associazione culturale di psicoanaliste convinte che la lotta alla violenza contro le donne deve partire prima di tutto dall’aiuto agli uomini.

Perchè tendere la mano a chi la mano la usa per colpire?
«Ce lo sentiamo spesso dire: perchè spendere tempo e risorse per gli uomini violenti? Occupiamoci invece delle loro vittime. Sottintendendo che, tanto, il maschio non cambierà mai. Noi diciamo invece: occupiamoci di TUTTI gli elementi che portano al pugno, alla sberla, al calcio. La cultura maschile, la storia del dominio maschile, l’attuale perdita di potere che ha reso il maschio più fragile. Non dimentichiamo che la violenza non è espressione di forza, ma di debolezza».

Intanto, però, le ragazze, le fidanzate, le mogli, continuano a temere per la loro sicurezza.
«Noi siamo convinte che non ci sia niente di più sicuro per una donna del cambiamento del proprio compagno. Non si può continuare a esortare le donne a denunciare, scappare, nascondersi, separarsi, andare in esilio. Per poi magari ritornare a casa dal loro uomo che nel frattempo non si è smosso di una virgola. Cambiamo invece ottica, disinnescando le situazioni a rischio prima che avvenga la tragedia. Cominciamo a far passare l’idea che la violenza non è un destino e che se si è violenti si può anche smettere di esserlo. Che ciò che serve è la prevenzione, non la repressione. In altre parole, offriamo una soluzione a chi ha un disagio che gli ha fatto perdere il controllo della propria vita e non sa come uscirne».

E cosa proponete?
«Ci rivolgiamo a un lui che voglia lavorare su di sé e abbia un profondo desiderio di cambiamento per offrire un percorso incentrato su incontri individuali con una terapeuta donna (non è vero che l’uomo può essere capito solo dall’uomo), che separatamente terrà anche il contatto con la compagna. A fianco di questo esistono anche gruppi psicoeducativi, monitorati invece da due conduttori, un uomo e una donna, che lavorano sugli strumenti e le risorse da utilizzare per interrompere il meccanismo che innesca la violenza».

Ma non si rivolgono a voi solo uomini abbandonati?
«No. Anzi. Il fatto che le loro compagne nonostante tutto restino al loro fianco e credano ancora in quella coppia è la motivazione più formidabile che ci possa essere per uscire dal tunnel».

Come fate a farvi conoscere?
«Cerchiamo di essere presenti sul territorio, per esempio nei consigli di zona, di incontrare le persone, le famiglie, distribuiamo i nostri biglietti nei consultori, dai medici di base, nelle biblioteche. Parliamo all’uomo che vuole cambiare ma anche alla sua compagna, ai familiari, agli amici, ai vicini di casa, a chi sa qualcosa ma non sa cosa fare: telefonateci al numero 02.87168243, scriveteci a uomininonpiuviolenti.mi@gmail.com.